
di Guido Michelone. ***

“Sole sul tetto dei palazzi in costruzione, Sole che batte sul campo di pallone, E terra e polvere che tira vento, E poi magari piove, Nino cammina che sembra un uomo, Con le scarpette di gomma dura. Dodici anni e il cuore pieno di paura”: così inizia la canzone La leva calcistica della classe ‘68 ,scritta e cantata da Francesco De Gregori, uscita, forse non a caso, nel 1982, quando l’Italia di Pablito Rossi vince inaspettatamente il suo terzo mondiale in Spagna dopo quelli del 1934 e 1938. Il brano prosegue con il celebre ritornello: “Ma Nino non aver paura / Di sbagliare un calcio di rigore / Non è mica da questi particolari / Che si giudica un giocatore / Un giocatore lo vedi dal coraggio /Dall’altruismo e dalla fantasia”.
Sì, quella di sbagliare il rigore è forse la paura per antonomasia nel calcio e in genere nello sport: un ‘sentimento’, uno stato d’animo, un momento condiviso sia dal giocatore (spesso bravissimo) che può decidere il risultato di una partita, una qualificazione, una finale oltre i tempi supplementari sia dal pubblico allo stadio o davanti alla TV che tifa, freme, incita, rabbrividisce di fronte a una palla che persino il miglior centravanti può tirare fuori in bocca al portiere. Ma non esiste purtroppo solo questa paura, per così dire psicologica, nello sport: c’è anche un aspetto sociopolitico autodistruttivo, quando ad esempio il tifo diventa violenza o una manifestazione il pretesto di atti terroristici.
Tra un estremo all’altro ci sono mille altre paure che verranno commentate durante l’incontro a Santhià, venerdì 16 ottobre alle ore 18,15.
